sabato 31 dicembre 2016

giovedì 29 dicembre 2016

competere o compensare?



 Competere o compensare?


Sto osservando, il comportamento comune di donne e uomini nella mia societá e anche oltre.
Ció che mi incuriosisce e di conseguenza mi pone molte domande, é la crescente competizione fra i due sessi.
Io ritengo, che la competizione fra due sessi uguali, che hanno lo stesso lavoro o che aspirano alla stessa donna o uomo, sia comprensibile.
Ma la competizione fra una donna e un uomo non la capisco e a parer mio non ha senso.
Perché una donna vuole competere con un uomo? Perché un uomo vuole competere con una donna?
Siamo due elementi cosí diversi e completi nel nostro essere, che la competizione puó solo danneggiare questa nostra completezza. Ció che potrebbe giovare ai due sessi, deriva dalla compensazione.
Competere con l’altro sesso, fa correre il rischio di perdere la propria identitá o per meglio dire, la consapevolezza di ció che siamo.
Puó una montagna competere con il mare?
Puó un pesce competere con un’ uccello?
Puó il giorno competere con la notte?
No, e sarebbe un vero guaio se lo facessero.

E allora, perché le donne e gli uomini sono in competizione?
Perché le donne vogliono essere meglio o come gli uomini, gli uomini vogliono essere meglio o come le donne? A cosa serve tutto questo se non a offuscare la nostra identitá e a  renderci infelici? E non dimentichiamo, che l’infelicitá vuole essere compensata con tanti e tanti valori materiali, che alla fin fine, non doneranno mai l’effetto desiderato.

°°°°°

Graziella Torboli
dicembre 2016




mercoledì 28 dicembre 2016

Senza limite


Senza limite

Nel suo covo,
palpitante di
Vita,
giace il fanciullo,
Cuore,

invisibile, veggente,
guarda lontano,
verso l’alto,
giú in basso,

osserva
il tempo che scorre
e instancabile
lo segue.

sorride il fanciullo
nell’ aurora,
sorride il fanciullo
al tramonto,

non teme la vita,
non teme l’amore.

°°°°°

Graziella Torboli
dicembre 2016

 

venerdì 16 dicembre 2016

Augurio di buon Natale



Augurio di buon Natale

"Volgendo lo sguardo al cielo, lasciamo che lo spazio infinito accolga i nostri sogni, i nostri pensieri, gioie e dolori, dandoci modo di provare il beneficio della leggerezza, che donerá al nostro cuore....... ali luminose."

Buon Natale a tutti noi!!!!!

Graziella Torboli


lunedì 5 dicembre 2016

Autoritá e Potere


Autoritá e Potere sono due funzioni che agiscono in coppia ed é facile confonderle, ma in effetti, queste due funzioni sono Single. Spesso definiamo il Potere, Autoritá e l’Autoritá, Potere.
La differenza fra Autoritá e Potere é molto sottile ma di notevole effetto. Essere un’ Autoritá con Autorevolezza, é una virtú, al contrario, il Potere, non é una virtú ma una grande tentazione. Il potere si nasconde ovunque, ed é sempre presente nelle nostre azioni. Sta a noi individuarlo e saperlo gestire.
L’abuso di potere é la maggior tentazione per una Autoritá.
L’Autorevolezza nasce da una Autoritá che non é fine a se stessa.
Un dirigente che agisce con Autorevolezza, dimostra rispetto per il gruppo e per l’esecuzione del suo compito. Il rapporto, fra detta Autoritá e il gruppo, é guidato dall’etica e non dal suo potere.
Un dirigente che usa il  Potere dato dalla sua posizione, per le proprie ambizioni, non susciterá mai stima nel gruppo, ma solo paura e disprezzo.
Di conseguenza, un tale gruppo non potrá essere effettivo perché mancante di  motivazione e convinzione.
L’ Autorevolezza é necessaria in tutti gli ambiti e non solo lavorativi.
In famiglia ad esempio, l’Autorevolezza dei genitori é guida e rispetto per i figli, anche se oggi non é piú gradita. Infatti, i risultati sono noti a tutti noi.

 °°°°°

Graziella Torboli

Dicembre  2016

presente normalitá



presente normalitá

Vola il tempo, senza sosta.
Corsa frenetica di pulviscoli impazziti,
Anime che annegano in lacrime,
Cervelli fermi, statici,
Occhi vaganti, ciechi,
Rumori assordanti di mostri
Affamati di vite.
Vola il tempo, tenendo in pugno
La nostra felicitá, e tutto ció che siamo.


°°°°°
Graziella Torboli
5 dic. 2016

domenica 20 novembre 2016

il cellulare e......noi

Il cellulare e...noi

Ieri, mentre aspettavo il mio turno alla cassa del supermercato, udendo parlare dietro a me mi sono girata ed ho notato un signore di mezza etá che brontolava con il suo cellulare. Non si capiva bene che cosa dicesse, ma si vedeva che era di umore alterato guardando il suo cellulare. Lo scrolló e poi, senza smettere il suo monologo, se lo mise in tasca.
Io ho pensato, „ ha problemi con il suo cellulare“.

In effetti, sto notando il sorgere di uno strano fenomeno. Non parliamo piú solo al telefono ma parliamo anche con il telefonino. Ci siamo lasciati coinvolgere  dall’ uso di un oggetto tecnico in modo tale, da farlo diventare vivo.
Questo piccolo oggetto si é evoluto, ha preso vita, e ci ha sottomessi.
Lui si é posto al centro di tutte le nostre attenzioni ed é sempre attivo. Fa provare emozioni di gioia quando funziona,  tristezza e rabbia,  quando non funziona. Ci fa sentire amati e desiderati, Ci fa sentire importanti, occupando tutto il nostro tempo. Il telefonino riesce a non farci piú sentire la noia della nostra vita. Ci fa compagnia e non é ingombrante. Si puó tenere in tasca, nella borsa e in mano. Sí, tenerlo in mano é una cosa comune, perché al suo squillo, non perdiamo tempo a cercarlo nella borsetta o nelle varie tasche. Passeggiare con il telefonino é molto meno complicato che con un cane o un bambino. Non servono sacchettini di plastica per la pupu o biberon e giocattoli per accudire il piccolo. Non parliamo poi della noia nei campi giochi. Stare per delle ore a guardare i bambini che giocano o dover giocare con loro. No, questo non succede piú, perché il telefonino non ce lo permette. Lui é al centro delle nostre attenzioni. Si danno i contentini ai bambini per farsí che ci lascino usare il telefonino. Da quando poi si sono scoperti i giochetti elettronici, é diventato ancora piú divertente, perché finalmente possiamo giocare da soli anche noi. Se vogliamo osservare bene, noteremo che ormai la gente vive con la testa abbassata su una tastiera. Perfino alla guida di un auto, o di una bicicletta, o camminando. Pare un pubblico umiliato. Non si guarda piú intorno. Di conseguenza, si spiegano gli innumerevoli incidenti, anche gravi.
L’ unico rumore del telefonino viene emesso dal suo squillo, che varia  secondo i nostri gusti. Essendo programmato con una grande varietá di squilli, per esempio, un motivo musicale, un fischio, un clacson, il verso di un’animale, ecc. si fa distinguere uno dall’altro e ci fa riconoscere il nostro. Si, perché in un locale affollato di gente e telefonini, diventerebbe stressante reagire ad ogni squillo del telefono dei vicini. Tanto per fare un esempio: Immaginate la scena di un bambino che nella folla chiama mamma ad alta voce. Quante mamme reagiranno? Tutte quelle presenti o quasi.

 Mi sembra ovvio a questo punto riconoscere, che abbiamo acquistato un padrone e che ci siamo lasciati sottomettere. Siamo diventati degli schiavi volontari del nostro telefonino. Ci chiama ad ogni ora del giorno e della notte, non ha nessun rispetto per gli spazi altrui, si intromette in ogni conversazione disturbando senza tregua. Ma noi lo amiamo! Non ci lamentiamo mai, perché lui é diventato indispensabile.
Quando si mette in pausa, cioé, quando per una ragione qualunque non lascia udire il suo squillo o non si attiva,  inizia il nostro calvario. La domanda „ perché tace?“ Il panico ci invade, la mente vomita pensieri tragici, il cuore aumenta le palpitazioni e la ipertensione é alla porta. „Perché mi ha abbandonato?“ ci si chiede. „Cosa gli ho fatto?“ L’attesa ansiosa dello squillo é interminabile. Senza quello squillo, il telefonino si tramuta in un oggetto inanime, che ci spaventa come un lutto inatteso.  Non sappiamo piú dove  mettere le mani, con chi parlare, cosa fare. Ci sentiamo tagliati fuori dal mondo, come piombati in un deserto.
Viviamo l’abbandono, la solitudine, la noia, e la nostra autostima si rifugia in cantina. E tenendo l’oggetto inanime fra le nostre mani, ci domandiamo “ E ora cosa faccio? Sento un grande vuoto dentro di me, che senso ha la mia vita ormai?“

°°°°°
Graziella Torboli
Novembre 2016





mercoledì 9 novembre 2016

il cielo



Il cielo

Il cielo ci osserva
Con devota saggezza,
Generoso , presente,
Da luce e vita.

Nella notte,
Dona alle stelle
La gioia di far sognare,
Svelando il segreto
Dell’infinito.


°°°°°

Graziella Torboli
Novembre 2016

lunedì 31 ottobre 2016

osservazione



Osservazione


Ci sono degli esseri tanto poveri di vita, che diventano ghiotti  della vita altrui.
Sono esseri insaziabili e insoddisfatti.
Dobbiamo imparare a difenderci da coloro che si nutrono della nostra forza vitale.


°°°°°

Graziella Torboli

31 ottobre 2016

venerdì 28 ottobre 2016

Sentirsi vivi



Sentirsi vivi


„Sentirsi vivi“ richiede un profondo silenzio, dentro e fuori di noi.
Un silenzio che ci da modo di trascendere dal giornaliero e comunicare con la natura.
„ Sentirsi vivi“ implica amore per la vita, che ci vien dato dalla natura quando ci identifichiamo con lei.
„ Sentirsi vivi“ é abbracciare la vita intorno a noi e poi lasciarla andare.

La vita vuole la  libertá di essere , solo allora si dimostra riconoscente, regalandoci una sensazione,  che io chiamo „ la gioia senza una ragione „.
Una gioia inaspettata, immensa che invade  l’anima e per un attimo ci fa conoscere il paradiso.
„ La gioia senza ragione“ é un dono della natura a tutti noi, che si manifesta nei momenti piú impensati e ci dimostra che cosa sia la Felicitá.
A parer mio, questo é   „ sentirsi vivi“.

°°°°°

Graziella Torboli

28 ott. 2016

venerdì 14 ottobre 2016

Un pensiero sul telefono


Il telefono

Lui mi chiese: Perché non hai risposto quando ti ho fatto uno squillo? Io risposi: Non potevo.
 „ma come non potevi ?“ incalzó lui, "bastava un minuto del tuo tempo per farti sentire."

Il telefono squilla sempre, in ogni momento della giornata . Non considera il momento giusto, lui squilla e ci obbliga a prendere la decisione,  se rispondere o meno.
A volte , secondo il luogo o la situazione in cui ci troviamo , rispondere porta delle difficoltá oppure  non abbiamo voglia di rispondere. Se non si risponde,  porta un conflitto , perché ci obbliga a trovare delle scuse o ci fa provare dei sensi di colpa per non averlo fatto. Sta di fatto, che quando il telefono squilla ci trascina  a fare ció che lui vuole. Un vero dittatore.
Si intromette in ogni situazione e noi gli diamo retta. Nessuno e niente come lo quillo del telefono riesce a dirigerci a obbligarci e a sedurci. Sta invadendo la nostra vita,  rubandoci il pensiero ed il tempo.
A mio parere, non é piú un mezzo per comunicare ma si é trasformato in un mezzo per nascondersi...... per evitare gli sguardi delle persone, di scambio personale,  di conoscenza.
Non ci si parla piú guardandosi negli occhi ma si risolve tutto con una telefonata o con un messaggio.
Il telefono é  diventato un mondo vagante  e ognuno ha il suo. Un mondo virtuale ha sostituito il mondo reale. 
Ovunque si vada, si incontra per la maggior parte gente che parla al telefono o gioca con il telefono. Adulti e bambini sono occupati con il loro mondo virtuale e non hanno tempo per altro. Almeno cosí sembra.  Potrei elencare ogni situazione giornaliera dove il telefono prende la prima posizione. 

Il nostro tempo é la nostra vita  e sarebbe utile usare il nostro tempo per crescere, riflettendo e comunicando in modo reale con i nostri simili. E non dovremmo privarci di questi momenti per darli in pasto al telefono. Ma cosa é mai questa frenesia telefonica? Sta diventando una fuga alla solitudine? Ad una solitudine che nel nostro presente si é classificata al primo posto? Ma come possiamo sentirci soli con un mezzo di comunicazione cosí efficiente? Allora non puó essere il mezzo giusto........ ho pensato.

°°°°°

Graziella Torboli
14 ottobre 2016

giovedì 1 settembre 2016

io ritengo che...


io  ritengo  che:

   Quando la mente e il cuore si esprimono all’unisono,
   rendono la parola degna di essere udita.
 
   °°°°°

   Graziella Torboli

   1.9.2016

domenica 21 agosto 2016

un pensiero


 Un pensiero


Non dobbiamo  confondere  –„ gentilezza  e formalitá“ -.
A parer mio, „la gentilezza“  nasce   dal cuore,
mentre“ la formalitá“  é solo un modo acquisito per coprire l’ambiguitá.


°°°°°°


G. Torboli
agosto 2016

domenica 14 agosto 2016

la tradizionale salsa



Due giorni di lavoro in famiglia. 300 Kg. di pomodori tramutati in salsa. Dopo due giorni vedevo il mondo di colore rosso. La salsa profumata ci accompagnerá per tutto l'anno con l'allegro ricordo del lavoro svolto insieme. 

14 agosto 2016

sabato 13 agosto 2016

un pensiero sul mio ritmo



Un pensiero sul mio ritmo


Parlavo al telefono  con mia sorella, e raccontavo  tutte le cose che facevo  o che dovevo fare, lamentandomi un po’, del tempo che mi mancava. Poi il discorso cadde sul ritmo di vita individuale e sul ritmo di vita a cui ognuno di noi é sottoposto. Si, tutti abbiamo un  ritmo diverso di agire di pensare e di fare. Ad un certo punto lei mi disse : „Tu vivi il ritmo del Boogie Woogie e forse dovresti passare ad un ritmo di Walzer, ora che  la tua etá é un po’ avanzata.“ Dopo aver riso insieme su questa battuta presi a pensare un po’ piú sul serio a ció che mi aveva detto..
Incominciai col pensare al mio ritmo di vita e mi chiesi: „ È davvero un Boogie Woogie“ ?
Pensai a quando i miei sei figli erano piccoli e io correvo da mattina a sera senza sosta.“ Ma ora sono tutti adulti e io vivo sola, perché continuo a correre?“ mi chiesi.  Non riesco a fare niente senza farlo nel minor tempo possibile, faccio le cose
come non avessi mai tempo abbastanza a disposizione.
Presi a riflettere su quando ero bambina, perché volevo scoprire se ero stata sempre cosí o lo ero diventata per necessita´o per...... obbligo.
Da ció che potevo ricordare, o da quello che mi era stato raccontato, mi fu chiaro che ero nata  con la disposizione a correre.  Da ragazza ero molto vivace , non solo scalavo muri, salivo sui tetti e su tutti gli alberi che  trovavo, ed ero sempre in corsa, ma mi avevano anche educata a  lavorare e ad essere responsabile per tutto ció che facevo. Inoltre, la frase memorabile, che mia madre diceva spesso „ l’ozio é il padre dei vizi“  faceva del „dolce far niente“ un mostro di tentazioni da evitare assolutamente. Forse sono stata un po’ troppo addestrata al lavoro,  ma in effetti era proprio quello di cui avevo bisogno.
Lavoravo nella ditta di mio padre  a tempo pieno . A volte , durante la stagione, quando lavoravo fino a notte  mi sentivo stanca, ma la voglia di lavorare  rimaneva sempre. Questo fenomeno lo  notai anche  tanti anni  piú tardi, quando  ero giá adulta e con una cospicua famiglia da accudire.
Mi ricordo che un giorno, lavorando in giardino alzai gli occhi al cielo e dissi: „ma perché non mi passa la voglia di lavorare ?  diventeró vecchia un giorno e forse mi passerá. „  Questo fu piú un desiderio che un pensiero,  perché non riuscivo a capire questa mia voglia di fare.
L’energia che avevo in me, mi spingeva a fare tutto quello che la mia spiccata fantasia dettava.
Passarono gli anni, ma non la mia corsa. Non conoscevo  il mio ritmo e non sapevo di averne uno. Ho funzionato per tanti anni per accudire gli altri. Dopo i sessantanni andai in pensione. Avevo divorziato da mio marito  dieci anni prima.  I miei figli,    studiavano  o lavoravano, ma vivevano tutti fuori casa e avevano la loro vita, il nostro rapporto era molto bello e non perdevamo mai un’occasione per stare insieme. Fu cosí che inizió la mia  nuova vita. Non avevo mai vissuto da sola e non avevo idea di come fosse.
Il primo mese  fu facile perché mi sentivo libera. Gli ultimi dieci anni, avevo lavorato  come mentore in un colleggio  dove le mie energie erano veramente richieste ed io naturalmente, non le avevo risparmiate.
Ero sola e avevo tutto il tempo a disposizione, ma per chi? Ero abituata a funzionare per gli altri e non per me stessa. Caddi in un buco di tristezza.  Mi sentivo inutile  e pensai che a quel punto potevo  anche  morire, visto che non servivo  piú a nessuno. Per delle settimane rimurginai pensieri tristi. Ero molto scoraggiata. Poi pensai di fare un viaggio da sola in macchina. Partii senza  itinerario fermandomi giorno dopo giorno in tutti i paesi dove arrivavo. 
Individuai molte mie paure che portavo in me in forma latente e che dovevano solo essere scoperte ma non pensai mai che forse dovevo trovare il mio ritmo.  Trascorsi ore e ore in riva al mare seduta sulla sabbia  o nei boschi  che trovavo durante il percorso, a pensare al mio futuro. 
Dopo quindici giorni ripresi la via del ritorno. Mi sentivo meglio, ma ancora non me ne rendevo conto.
Venne a trovarmi un’amica.  Parlando del mio stato d’animo, lei mi disse: „devi trovare qualche cosa che ti piaccia, una passione, una cosa per te.“ Pensai  a cosa potesse  piacermi, ma non mi vennero in mente, se non  le cose che facevo sempre e che  a parer mio non potevano riempire la mia vita. Mi mancava quel  certo nonsoché !!! O forse mi mancava il mio vero ritmo di vita ? Il mio nuovo ritmo?
 Non quello che viene imposto da altri ma quello che sorge spontaneo dal nostro carattere, dai nostri desideri, dalla nostra anima.
Ero attiva , ma mi sentivo piatta come una strada asfaltata.
Ed ecco che un giorno mi venne un’idea. „ Voglio studiare matematica“ mi dissi.
La matematica mi é sempre piaciuta e i numeri mi affascinavano.
Iniziai a studiare. Tutti i giorni per delle ore facevo calcoli. Il tempo non contava piú. Avevo trovato la mia passione. Non ero piú sola, avevo la matematica che mi stimolava a ragionare, a pensare, e mi faceva dimenticare tutto il resto.
La mia vita cambió e acquisí un suo ritmo. La mia attivitá non venne meno, ma con la matematica avevo trovato una vera passione che oltre tutto, mi alzava l’adrenalina. Essere sola mi soddisfaceva sempre di piú e il silenzio intorno a me mi faceva sentire viva.
Non mi sentivo piú piatta cone una strada asfaltata bensí ondulata come un paesaggio della toscana.
Il ritmo ci dá sicurezza, perché fa parte di noi.  Quando il nostro ritmo viene interrotto da eventi estranei puó essere piacevole e interessante,  ma non per lungo tempo.  Il nostro  ritmo é la danza della nostra vita e vuole essere considerato e vissuto.
Il mio ritmo l’ho ritrovato e so che non é solo Boogie Woogie, ma si alterna al Valzer lento e qualche volta diventa anche un......... Blues. 
Ma é il mio ritmo.


°°°°°

Graziella Torboli
8.8.2016





lunedì 4 luglio 2016

Me nona Valeria


 Poesia in dialetto rivano

Me nona Valeria

„ Va zo a sbianzar  l’ort „
la me diseva me nona,
e mi brava brava, nevo a sbianzar,
me piaseva laorar  con ela n’de l’ort,
la me ’nsegneva come far, cosa far,
e mi fevo.

L’era na dona granda, me nona,
pu granda de me papá e de me mama,
a mi la me piaseva,
e ancor  de pú quan che la rideva,
I so oci i sluseva quan che la me vardeva,
ma se la se n'rabieva,  scampevo via,
perché se la me deva n’sberlom,
fevo sicuro n’tombolom.

La gaveva forza per doi e l’era coragiosa.
L’aveva vist do guere e partorí ondese puteloti.
So marí, me nono, lera soldá e cosí la sa rangiá.
No la gaveva paura de gnent  e  de nisum,
e a quei tempi la dovú sistemar
pu de n’om maleducá,
con do pugni messi ben,
senza tante spiagazion.

En paes i la conoseva
e i gaveva gran rispet,
quando n’ladro en de na not,
la risciá de narghe en casa,
el sé trová de bon matin
legá fis come en salam
en de n’angol del giardin.

El ricordo de me nona,
lé con mi ancora ancoi,
le so man, grande, semper a laorar,
ma anca pronte a carezar,
e quela  cioca  riza  de cavei, 
che ghe scampeva via
da la so coa streta  e n’rudolada,
la se n’rabieva, quando léra spetenada. 

La vedo  caminar  col  pas deciso, e ben piantá,
col so vestiton  nero, el so grembial será bel stret en vita,
la so borsa lustra e nera, che tant me incuriosiva,
e mi, sentada zo, su n’den scalin, la vardevo nar,
fin che la gireva l’angol, e pó nevo a zugar.



 °°°°°


Graziella Torboli
luglio 2016 



mercoledì 15 giugno 2016

natura e musica


Natura e musica

Osservare le piante
mosse dal vento,
mentre le note di un concerto
di Beethoven  invadono l’anima,
natura e musica si uniscono,
portandoti a trascendere
in una vita che pare irreale,
ma che esiste.

°°°°°°

Graziella Torboli
15 giugno 2016

amari ricordi


 amari ricordi


Rovistare nel marciume,
non ci porta
beneficio,
fa emanare solo
puzza,
come odore sa,
la truffa,
sol per questo
dico e faccio,
di lasciar ai miei
nemici
i ricordi piú infelici,
e tener per me,
nel cuore,
tutto quel che chiamo,
amore.

°°°°°
Graziella Torboli
15 giugno 2016

lunedì 13 giugno 2016

come un sogno


come un sogno

È sublime svegliarsi
col canto degli uccelli,
guardare l’aurora,
sentire la gioia
di vivere il giorno,
volare nel cielo rosato
e attendere il sorgere del sole.

°°°°°
Graziella Torboli
Giugno 2016

domenica 12 giugno 2016

un temporale


Un temporale

Alba oscura,
tremante al tuono,
illuminata dai lampi,

pioggia scrosciante,
vento rabbioso, sferzante,
cumuli di nuvole vaganti,

Alberi, con fronde cadenti,
dondolanti al vento,
rumore monotono, rombante.

Aria leggera e profumata,
di terra, di fiori,
leggero ticchettio di gocce solitarie,
l’eco del tuono,
di un temporale ormai lontano.

Il merlo, sulla cima del pino,
ha ripreso il suo canto.

°°°°°

 Graziella Torboli
12 giugno 2016



giovedì 2 giugno 2016

un parere


Un parere

Per oscurare l’intelligenza dei nostri figli, basta solo „ viziarli “.
Vogliamo concedere ai nostri figli una mente aperta?
Allora rendiamoli responsabili, educandoli in modo adeguato.
Come?
Con la nostra amorevole „ Presenza“.


°°°°°

Graziella Torboli
2 giugno 2016

monologo in grigio


Monologo  in grigio


Sono stressata, incazzata,
annoiata, malcontenta,
non so perché,
non so cos' é,
vorrei capire, senza  mentire,
a me,
ma cosa dovrei  capire?

Non c’é nulla nel pensiero,
nella  mente é tutto spento,
son seduta e guardo  il cielo,
pure lui grigio e incazzato,
„siamo in due“ penso  contenta,

poi mi dico in confidenza,
non lasciarti  rattristrare,
non lasciarti  intimidire,
a un momento vuoto e freddo,
basta solo una scintilla
a farsí che tutto brilla.


°°°°°°


Graziella Torboli
giugno 2016



martedì 24 maggio 2016

attimi di luce


Attimi di luce

Vivere l’attimo,
lasciarsi sorprendere
dal giorno,

il passato, orma indelebile,
ci segue,
il futuro ci aspetta

si susseguono gli attimi,
si susseguono i fatti
della vita,
dell’incognito,

distolgono la mente
dalla magia del tempo,
che invisibile e silenzioso
si prende...  e ci da la vita.


°°°°°°

Graziella Torboli
23 maggio 2016

domenica 8 maggio 2016

giovane vita




Ho sedici  anni,
vorrei volare,
provo, ma cado a terra
gli amici  ridono,
io piango,

Ho il vuoto  nel cuore,
un vuoto  che pesa,
che non mi fa volare,
mi sento incapace,

guardo  intorno a me,
vedo  figure, corpi,
non vedo volti,

nessuno mi parla,
nessuno mi vede ,
solo gli amici,
che ridono di me.

°°°°°

Gtaziella Torboli
8 maggio 2016

mercoledì 20 aprile 2016

In der Sonne



In der Sonne


Heute ist ein schöner Frühlingstag.
Ich habe auf dem Balkon gesessen und im Buch „ Konfuzius Gespräche“ gelesen.
Es ist immer wieder spannend zu erfahren, was ein Mensch gedacht hat, der vor 2500 Jahre gelebt hat.
Da ich mich nicht allein darüber freuen möchte, gebe ich einen Satz weiter und hoffe damit  Freude zu bereiten.

„ Der Meister sprach: Den ehrenhaften Männern, die du siehst, suche zu gleichen. Doch siehst du Männer, die unehrenhaft sind, dann such in dir, was ihnen gleicht.“

°°°°°

19 april 2016 

martedì 19 aprile 2016

fantasie




Fantasie


.....e il vento disse: vola con mé.
Lasciai la mia mente libera, divenne leggera come una piuma.
Il vento mi sollevó e con lui vidi cose mai viste prima.  Mi portó cosí in alto che vidi la terra diventare una piccola palla che pareva pronta a  giocare con me..
Poi mi portó giú, tra le fronde degli alberi, dove mi lasciai inebriare dal profumo delle grandi foreste , mentre il canto degli uccelli mi giungeva come un mistico suono. Accarezzai i mare, adagiandomi sulla schiuma delle sue grandi onde e poi volai vicina al sole per intrecciare i suoi raggi.
Si divertiva il vento del mio stupore e volle farmi uno scherzo.
Si intrufoló in una casa con porte e finestre. Mi sentii intrappolata. Ci fu un gran rumore di vetri rotti e di oggetti caduti, dopodiché mi ritrovai a volare libera, ma indispettita dallo scherzo subito.
Per farsi perdonare, il vento mi portó verso il cielo. Fui avvolta da un grande buio che mi mise paura. „Dove andiamo?“ Chiesi al vento.
Non mi rispose, ma ben presto lo capii da sola. Mi trovai fra le stelle. Una miriade di luci colorate  danzavano intorno a me e un intenso profumo di primavera mi avvolse.   Lasciandomi volteggiare in quel mondo stupendo mi sentii felice come non mai , e gridai a squarciagola „ grazie Vento !!


°°°°°

Graziella Torboli 
Aprile 2016

giovedì 14 aprile 2016

sogno interrotto


Sogno interrotto

Chiudo gli occhi
sento il tuo respiro
che  lieve mi accarezza,
sento il battito del cuore
sento il tuo calore,

Ma fugge al primo albore
il ricordo di un amore
che nel suo pensiero
celava un mondo oscuro,

lascio al vento e alle stelle
allo spazio senza fine,
la ricerca di una meta,
per lenire la tristezza.


°°°°°

Graziella Torboli
 aprile 2016 

martedì 12 aprile 2016

la casetta



Ho preparato nel mio giardino questa casetta, per i miei nipotini che presto arriveranno.
Peró, piace molto anche a me.

lunedì 11 aprile 2016

Un buon giorno


Buon giorno


Sto pensando, che mi piace cosí tanto vivere come vivo, che non lo vorrei cambiare per niente al mondo.
Mi piace il mio lavoro, la mia casa, il mio ritmo, il mio silenzio. A tutto questo potrei dare anche il nome di „ libertá“.
Impariamo ad apprezzare la libertá solo dopo aver subito la „non libertá“.
Forse, per questa ragione, solo in etá avanzata ci é dato il privilegio di scoprirla.

Cosa é mai la libertá che tutti noi bramiamo?
Perché se ne parla tanto? Che cosa c’é di vero nei nostri desideri?
Invochiamo la libertá, ma contemporaneamente ci lasciamo attrarre da numerevoli dipendenze.

A mio avviso, la libertá ci é data da un processo di vita, da un processo spirituale, dalla conoscenza.
La libertá é, l’individualitá vissuta con convinzione e senza la paura di essere ció che siamo.


°°°°°

Graziella Torboli
11 aprile 

mercoledì 16 marzo 2016

nel silenzio




Corre l’anima segreta,
nel labirinto della mente,
pensieri vaganti,

come comete, fuggono
guardo e non vedo,
ascolto e non sento,

il respiro freddo,
di una notte stellata,
rincorre un passato,
che non ha piú luce,

rincorre un pensiero,
lontano, fugace,
sepolto nel tempo.

°°°°°

Graziella Torboli
16 marzo 2016

giovedì 10 marzo 2016

quasi primavera




Al mattino, mi sveglia il canto degli uccelli.
Fuori, fa ancora buoio. Accendo la luce e guardo la sveglia. Sempre la stessa ora, le cinque e mezzo.
Indugio ancora qualche minuto nel tepore del mio letto. Ascolto il canto degli uccelli e penso che a giorni sará finalmente primavera.
Mi alzo e vado in cucina per preparare il caffé.
Poco dopo, seduta al tavolo nella mia tiepida cucina, sorseggio lentamente il caffé fissando, sul calendario appeso alla parete di fronte, l’immagine imponente delle  dolomiti. Poi, mi auguro il buon giorno per questo nuovo giorno.


°°°°°

Graziella Torboli
10 marzo 2016

sabato 5 marzo 2016

gocce e attimi





Da gocce che si uniscono
nasce il mare,
da attimi che si uniscono,
nasce il tempo,

scorre l’acqua,
scorre il tempo,

ci parlano del conosciuto,
ma noi, stiamo a guardare,
e insistiamo a non capire.

°°°°°

Graziella Torboli
marzo 2016

venerdì 4 marzo 2016

il cammino




Luci e ombre
sulla strada della vita,
accecanti abbagli,
buio che spaventa,
groviglio di sentieri,
incertezze di scelta.

Poi, la luce benevole,
che ti sorprende,
che ti guida,
a una nuova svolta,
a nuovi sentieri.

Membra dolenti e stanche,
cercano riposo,
fermi il tuo andare,
guardi l’orizzonte,
senti nel profondo,
il battito del cuore.

Non volgere il capo,
non guardare al passato,
guarda avanti,
guarda alla vita,
riprendi il cammino.

°°°°°

Graziella Torboli
I4 marzo 2016

mercoledì 24 febbraio 2016

silenzio e ascolto



Silenzio e ascolto


Vivere soli, sebbene non sia la perfetta soluzione, ci permette di vivere  delle sensazioni  che sorgono unicamente  dal silenzio  e dall’ascolto.
Il silenzio,  ci da modo di ascoltare la vita  dentro e fuori di noi.
Non esiste la solitudine, se il silenzio  é in compagnia  dell’ascolto.
La vita tumultuosa non lascia spazi per l’ascolto, di conseguenza,  puó subentrare  la solitudine, la vera solitudine.
Vivere  il silenzio,   nel deserto o in alta montagna,  é un’esperienza di gioia e paura insieme. La gioia di sentirsi parte della natura e la paura della sua immensitá che ci fa sentire invisibili.
Il silenzio  non é assoluto, per quanto  riguarda  il nostro pianeta, perché  la vita in sé, non é muta.
Ed é anche il linguaggio della vita che ci fa provare gioia e paura  contemporaneamente,  perché non lo conosciamo.  É sorprendente ascoltare  il silenzio, perché é molto piú rumoroso di quella cosa che noi chiamiamo „silenzio“.
La gioa e la paura, sono emozioni  che noi proviamo giornalmente, ma che sono provocate da elementi materiali o affettivi. Queste due emozioni, che provengono  dal silenzio e dall’ascolto  del silenzio,  sono emozioni  che ci regala la vita quando la osserviamo con tutto il cuore.


°°°°°

Graziella Torboli
24 febbr. 2016

venerdì 19 febbraio 2016

Pensiero...aureo


Un pensiero...  aureo

Chi lavora con le sue mani
É un lavoratore.
Chi lavora con le sue mani e la sua testa
É un’artigiano
Chi lavora con le sue mani
La sua testa e il suo cuore
É un’artista.

°°°°°
Francesco  d’Assisi

domenica 14 febbraio 2016

una domanda


modestia e umiltá

Ieri, durante una passeggiata, in compagnia di mia nipote diciassettenne, dopo aver parlato del piú e del meno, lei mi fece una domanda alla quale non seppi rispondere spontaneamente anche se sembrava facile.
La domanda era: "che differenza c’é fra  modestia e umiltá ?"

Rimasi un attimo pensierosa e poi dissi:
La modestia e l’umiltá sono due virtú facili da confondere, ma hanno una grande diversitá. Mi viene da farti un’esempio con il linguaggio del corpo.
„L’umile, abbassa la testa, il modesto abbassa gli occhi .“
Poi chiesi: „ti basta come risposta?“
Mia nipote fu soddisfatta e disse d’aver capito la differenza.
Proseguimmo la nostra passeggiata parlando di questo.. e di quello.

°°°°°

Graziella Torboli
2016
 
 

venerdì 12 febbraio 2016

voci e parole





Voci che diventano parole,
cumuli di parole,
si perdono nello spazio,
Voci che diventano parole,
insinuanti e subdole,
per lucro e cupidigia,
parole,  che avvolgono la mente
come grigia nebbia,
tolgono la chiarezza al pensiero,
la parola perde vita
si trasforma in una voce,
un rumore senza senso,
solo un rumore.


°°°°°
Graziella Torboli
12 febr. 2016 

lunedì 25 gennaio 2016

una storia vissuta




La svolta 


Il sentiero costeggiava in gran parte la riva del lago e permetteva a Ilaria lunghe piacevoli passeggiate.
Qualche ciclista, che di sorpresa arrivava alle spalle, le faceva distogliere per un momento lo sguardo dalla natura selvaggia e dal brillio del lago che traspariva fra gli arbusti.
I pochi passanti, muti e frettolosi, facevano pensare a formiche stordite dai loro impegni, che correvano decise a non lasciarsi distrarre.
Ilaria adorava le passeggiate in riva al lago, erano diventate spazi di meditazione.
Indugiava il suo passo nei pressi del boschetto per ascoltare il canto degli uccelli, e ammirare
il gioco dei raggi di sole che cercavano spazio fra le ombre degli alberi.
Al limite del boschetto, si apriva la vista ad un panorama stupendo: il lago.
A volte, lei si incamminava all’alba per vedere il sorgere del sole.
Avvolto da una leggera foschia, giaceva il lago, liscio e lucente in attesa del primo raggio di sole.
All’orizzonte, le Alpi ,con le loro vette aguzze e imponenti, disegnavano immagini curiose e, poco prima del sorgere del sole, si dipingevano di rosso. Era uno spettacolo mozzafiato.
Viveva sola, ma non si sentiva sola. La sua vita era stata molto tumultuosa. Aveva accudito per tanti anni alla sua numerosa famiglia, sei figli.
Ora che tutti sei, dopo aver terminato gli studi, se ne erano andati per iniziare la loro vita, lei viveva in un appartamento situato vicino al lago. Dal marito aveva divorziato alcuni anni prima.
Mai prima d’ora aveva vissuto da sola, nemmeno un giorno. Dalla casa dei genitori era passata direttamente alla vita con il marito.
Dopo il divorzio, si era trasferita con i suoi figli nel piccolo paese sul lago ed aveva lavorato per dieci anni come educatrice in un collegio. Il lavoro avrebbe potuto procurarle una cerchia di conoscenti, ma ció non avvenne. Sia perché lei nel tempo libero si occupava dei suoi figli, sia perché  non amava far salotto con i colleghi. Ecco perché, ora che non lavorava piú e i suoi figli erano adulti, non aveva ne amici ne conoscenti.
Se ne stava lí sola a pensare. Si rendeva conto di iniziare una nuova vita, una cosa nuova che la obbligava a subire un notevole cambiamento.
Sentiva una gran desiderio di silenzio, di riflettere. La sua mente non smetteva di riportare fatti e immagini del passato, era come un film interminabile che scorreva nella sua mente facendole rivivere tutti gli anni vissuti.
Quello che piú di tutto le pesava, era il ricordo delle  sofferenze e della grande pazienza che aveva portato inutilmente. Sí, perché il suo scopo piú grande era stato  un matrimonio felice e non ci era riuscita. Tutti i suoi sforzi erano stati inutili e si sentiva in colpa, non riusciva a scordare la voce di sua madre che per anni, con grande insistenza , l’aveva convinta che la riuscita del matrimonio dipendeva dalla donna. Anche se da tempo aveva preso distanza dall’educazione di sua madre,  la sua voce si faceva ancora sentire.
Aveva dedicato la vita ai suoi figli e loro erano ció che piú amava al mondo.
Poche settimane dopo il suo pensionamento, dopo aver goduto una libertá a lei sconosciuta, inevitabilmente prese a pensare alla sua vita futura. Non aveva un obiettivo, non aveva neppure un compito. A che cosa serviva tutto il tempo che aveva a disposizione? Il pensiero piú penoso era, „Qual’é ora il senso della mia vita?“ Per l’ambito lavorativo era ormai troppo anziana, a parte un lavoro sociale facoltativo che non aveva intenzione di fare, anche perché di lavoro sociale ne aveva fatto abbastanza, non aveva scelta. Le pareva di non far piú parte della societá a cui apparteneva. Si sentiva espulsa, inutile.
„Come occuperó il mio tempo, come sará la mia vita?“ Non riusciva a dare un senso alla sua esistenza , si sentiva sprovveduta ed aveva paura del futuro. Ció nonostante, non mancava di fare le passeggiate sul lago. Lá, i suoi pensieri si alleggerivano e il suo sguardo non si staccava dalla vista del lago, del cielo, delle nuvole e di tutto ció che quel panorama le donava. Le piaceva sognare, forse anche troppo ,sognava ad occhi aperti fin da quando era ragazza. Non riusciva piú a farne a meno. Era questo un suo difetto? Forse, ma era anche una possibilitá per non cadere nella tristezza e forse anche nella depressione.
Ora doveva trovare il modo di dare alla sua vita un senso.
Di tanto in tanto, veniva a trovarla una collega, madre di quattro figli, che stava divorziando. Veniva per sfogarsi e per cercare conforto. Questi incontri le davano modo di parlare di sé e di confrontarsi con un’altra persona. Fu cosí che, fra un discorso e l’altro, si presentó una frase che le diede da pensare: la sua collega disse: „devi cercare che cosa piace a te, una cosa o delle cose che tu vuoi.“
Per Ilaria questa frase fu una rivelazione. Che cosa le piaceva? Non lo sapeva. Che cosa voleva? Non lo sapeva.
Non aveva mai avuto nemmeno l’idea di pensare a cosa potesse piacerle e ora doveva farlo. Aveva sempre adempito ad un compito, quello di occuparsi della famiglia.
„Ci sei anche tu“ le disse la collega.
Era vero. C’era anche lei, ma cosa voleva?  
Voleva vivere ed essere felice, ma le pareva diventato molto difficile. Rendere felici gli altri le sembrava molto piú semplice che rendere felice se stessa. Era stata educata da genitori molto severi che le avevano insegnato, lavoro e obbedienza. Aveva adorato i suoi genitori e mai si sarebbe messa contro di loro, era cresciuta con un grande senso di responsabilitá che la faceva sentire sempre in colpa se qualcosa non funzionava. Si era portata questo fardello inconsciamente per tanti anni, era diventato una parte di se.
Cominció a riflettere sul suo modo di essere e durante le passeggiate sul lago, lasciava liberi i suoi pensieri e parlava con le piante.Stava perdendo forse la ragione?
No di certo. Non era una cosa nuova per lei, l’aveva sempre fatto. Ilaria adorava gli alberi, i fiori e tutta la flora e si sentiva una parte di esse..
Era circondata da un silenzio insistente e assordante. Sembrava una provocazione per spingerla a muoversi, a capire, a vivere.
C’erano giorni in cui si sentiva molto nervosa , non riusciva a star ferma, camminava nella stanza avanti e indietro tale una bestia in gabbia.
„Ma cosa mi succede?“Si diceva.“Perché mi agito in tal modo? Ho tutto quel che mi serve: I figli stanno bene. Io sto bene, fisicamente e anche materialmente.“
Credeva di avere tutto quello di cui aveva bisogno.
Esteriormente dopotutto, la sua vita era soddisfacente, ma cosa ne era di se stessa?
In teoria, lei sapeva che la felicitá non viene dal di fuori,ma da dentro di noi. Ora era giunto il momento di mettere in pratica questa teoria o questa veritá.
Che ne era della sua immagine? Come l’aveva creata? E chi, e cosa l’aveva creata?
Queste domande erano difficili da rispondere, per tanto che lei ci riflettesse, la fretta di capire non l’aiutava. Doveva avere pazienza e osservare con coraggio quello che sentiva dentro il suo cuore senza lasciarsi condizionare dal suo passato.
Prese ad elencare tutte le cose che le piacevano e che sapeva fare. Era una donna molto creativa con una notevole manualitá. Le cose che le piacevano erano tante, ma lei voleva sentire passione per almeno una cosa. La passione. Questa era un punto essenziale per lei.
Si sentiva molto confusa e le sue paure non diminuivano.
Pensó di fare un viaggio. Un viaggio da sola, senza itinerario, senza meta. Voleva andare, andare, andare.
Era primavera. Aveva trascorso l’inverno a riflettere e pensava di non aver risolto nulla.
Partí in macchina e oltre al bagaglio, si portó un sacco a pelo e la chitarra.
Non prese autostrade, voleva vedere i paesaggi e fermarsi dove piú le piaceva.
A Ravenna si fermó. Trovó un albergo dove passare la notte.
Il giorno seguente volle visitare la tomba e il museo di Dante Alighieri. Provava da sempre molta ammirazione per Dante. In un bar nella piazza principale prese un caffé. C’era una gran folla, Ilaria fu presa da uno strano panico. Guardava la folla, sentiva i rumori come fossero boati e nella folla sconosciuta si sentí sparire, ingoiare, come svanire nel nulla. Si sentiva il cuore in gola.
Si spaventó. Tornata all’albergo si mise sul letto a pensare. Ora si sentiva al sicuro.
Perché? Perché aveva avuto tanta paura?
„ Sentirti anonima, senza appoggio di conoscenze, sola come fossi in un deserto. ecco che cosa ti spaventa“ disse fra sé.

Il giorno dopo riprese il suo viaggio passando da paese a paese nella regione delle Marche.
L’ aria era satura del profumo di gelsomino.
Si fermó in un paese sul mare e ci rimase due giorni. Qui fece lunghe passeggiate sulla spiaggia aspettando il tramonto del sole. La sera, trascorse alcune ore discorrendo con il padrone dell’albergo che era molto interessato alla filosofia; fu una cosa molto piacevole. Riprese il viaggio. Sostando in un paesino medioevale situato su un colle e circondato da alte mura, fece conoscenza con una signora che cercava il suo gatto.
Era un pomeriggio caldo. Ilaria camminava lentamente osservando le vecchie case. Sentí una voce e si guardó intorno ma non vide nessuno. Dopo pochi passi si trovó in una piccola piazzetta,  molto pittoresca, attorniata da case con i balconi pieni di gerani rossi .Lí, vide una signora con un grembiule da cucina stretto intorno alla vita che chiamava il suo gatto.
Le due donne si sorrisero e presero a parlare. La signora del gatto raccontó la sua storia come se non avesse atteso altro che poterlo fare. Anche lei dava l’impressione di essere molto sola e in cerca di conforto. Il gatto fece ritorno, lei lo prese in braccio e si salutarono.
Poco dopo, Ilaria riprese il suo cammino fra le piccole viuzze del paese, lasciandosi avvolgere dal profumo intenso di gelsomino , e immergendo gli occhi nell’azzurro del cielo. Vide molti altri paesi sulle colline e sul mare ma poi le venne nostalgia di casa.
Prese la via del ritorno,  quindici giorni le erano bastati.
Non aveva usato il sacco a pelo e nemmeno suonato la chitarra, peró si era arricchita di alcune riflessioni su se stessa e ripensando al viaggio, le sembrava di aver sognato.
Aveva individuato alcune delle sue paure, ma non le bastava. Voleva sapere quello che succedeva dentro di lei e finalmente prendersi sul serio, cioé riconoscere la propria veritá.


Alcune settimane dopo la sua esperienza di viaggio, stava seduta sul divano sfogliando un libro di Astronomia che una delle sue figlie le aveva regalato. Guardava le immagini di stelle e pianeti leggendo i fatti, quando ad un tratto il suo sguardo cadde su delle formule per lei incomprensibili. Le guardó a lungo e poi con un certo malincuore si disse: „se almeno potessi capire ció che significano, mi piacerebbe tanto.“
Alzó lo sguardo al soffitto fissando il lampadario acceso, rimase immobile un momento come se stesse per formulare un pensiero. Poi si alzó di scatto e disse, ad alta voce: „Ora lo so che cosa mi piace piú di ogni altra cosa, mi piace la matematica“ . Aveva scoperto la sua passione. Da una formula di chimica era sorta l’idea, era sorta una passione dimenticata o forse mai individuata.
Non ci pensó un attimo: Cercó i libri di matematica usati dai suoi figli che lei aveva tenuto in cantina. Inizió a studiare, ma si rese conto ben presto che aveva dimenticato o non aveva mai imparato certe cose. Cosí partí dalla matematica del primo anno di medie e giorno dopo giorno si dilettava a risolvere i quesiti. Non fu facile perché non conosceva insegnanti che la potessero aiutare, ma aveva un figlio che abitava in una cittá vicina e lo contattava spesso per chiedere aiuto.
Aveva trovato finalmente la sua passione. Si alzava presto al mattino per studiare matematica e per vedere il sorgere del sole.
Ogni mattina dopo il caffé, iniziava il suo lavoro. Nel pomeriggio invece, o andava a passeggiare sul lago o nel bosco vicino a casa.
Stava vivendo una nuova vita, di questo lei se ne rendeva conto e le piaceva, ma le faceva anche un po’ paura essere sola in un paese dove nessuno la conosceva e avere  un’unica persona che la contattava. L’amica che nel frattempo aveva divorziato e stava disperatamente cercando un’altro marito.
Con i suoi figli Ilaria aveva un bel rapporto, ma abitavano piuttosto lontano da lei e si sentivano solamente al telefono. Nel frattempo, erano nati anche dei nipotini e questo la portó a intraprendere spesso dei viaggi per andare a trovarli.Viaggiava per vedere i suoi figli e i suoi nipoti.

Durante le sue lunghe passeggiate lasciava scorrere i suoi pensieri.
Sentiva  nel cuore una grande tristezza al pensiero di quegli anni e della vita con suo marito. Del suo matrimonio e di come era finito.  Aveva bisogno di pensare a questo anche se avrebbe voluto evitarlo. Ora aveva tempo per farlo e per capire e accettare quanto era successo.
Da quando aveva divorziato erano trascorsi piú di dieci anni, e durante questi anni lei non aveva pensato che ai suoi figli e al loro futuro. Erano stati anni difficili dove aveva lavorato sodo, con tante preoccupazioni che non poteva dividere con nessuno.
Si sentiva ancora responsabile per aver  lasciato il marito e la casa dove i suoi figli erano nati,  per questo si adoperava a dar loro piú che poteva.
Non c’era stato spazio per lei in quei lunghi anni.

Il fardello della sua vita passata le pesava addosso, non le permetteva la debita leggerezza per un nuovo inizio. Non vedeva la sua vita, non si conosceva, non si capiva.
Si rendeva conto d’aver bisogno di tempo. Voler pensare, voler riflettere non
aiutava molto, anzi, le riempiva la testa di congetture e pensieri che non la portavano a nulla. Studiare matematica l’aiutava  a svuotare la testa o meglio, a pensare ad altro, era come vivere in un altro mondo. Leggeva molto. I libri di filosofia erano i suoi prediletti, ma anche i libri sulla matematica e biografie di studiosi di matematica le interessavano.
I romanzi non l’attiravano. Lei sognava di viverlo, un romanzo. Lei voleva innamorarsi. Portava da sempre un sogno dentro il cuore. Una storia d’amore. Si, un grande amore. Lei credeva all’amore. Purtroppo, pensando alla sua etá avanzata si sentiva un pó scoraggiata e la speranza di esaudire questo sogno si rimpiccioliva col passar del tempo.
La sua vita solitaria era una cosa nuova e a volte la vedeva come una sfida. Un modo per imparare delle cose nuove, di conoscere se stessa, imparare a stare con se stessa. Abituata com’era ad una vita attiva e zeppa di cose da sbrigare, dove lei doveva sempre funzionare. Si, la parola funzionare si addice a come era stata educata e a come aveva vissuto.
Ora non doveva funzionare piú per nessuno solo per se stessa. Non era una cosa facile e non sapeva da dove incominciare.
Aveva constatato che il troppo pensare non le giovava molto. I suoi pensieri si aggiravano nella ricerca di soluzioni, come del resto era abituata a fare. Ma le soluzioni al problema ora non c’entravano perché non c’era una problema vero e proprio, ma solo lei, sola nel deserto della vita.
Come a difendersi da qualcosa che non conosceva e che la spaventava, si volse metaforicamente verso se stessa, si racchiuse in forma fetale per non vedere ne sentire e rendersi invisibile. Cercava quel qualche cosa di sé che era stato trascurato da un’intensa vita dedicata a chi aveva bisogno di lei .
 Giorno dopo giorno, vivendo nel silenzio e contemplando la natura, il tempo passó. Passo dopo passo, vacillante come un bimbo ai primi passi, la sua vita prese a riempirsi di piccole cose che le piacevano. Le sue ansie diminuivano, e la sensazione di felicitá aumentava.
Non era successo nulla di straordinario, aveva dato tempo a se stessa, si era lasciata vivere senza aspettative, osservandosi, e concentrandosi su ció che il giorno le donava. Non era molto ció che aveva raggiunto, ne era consapevole, ma sentiva   di essere appena all’inizio di una lunga strada.


Di tanto in tanto veniva a trovarla la sua amica che nel frattempo aveva incontrato un uomo che le piaceva e di cui se ne era innamorata. I suoi racconti erano esaltanti, ma avevano qualche cosa che non convincevano Ilaria, poiché l’amica parlava un po’ troppo di cose materiali. Aveva incontrato un’uomo ricco.
Non che lei avesse qualcosa contro il benessere economico, ma non avrebbe mai voluto confonderlo con l’amore.
Un giorno l’amica le disse. „ Ma perché non ti cerchi un uomo?“
Lei rimase silenziosa e poi rispose „ se c’é un uomo per me lá fuori, lo incontreró, fosse anche di incontrarlo fra gli scaffali di un supermercato mentre faccio la spesa. Non mi sento di andare a caccia di uomini, non fa per me.“ Credeva nel destino e non voleva forzare il suo corso.
Forse il denstino la stava ascoltando?
I due anni successivi furono la sua scuola di vita. Aveva raggiunto un sano equilibrio nel suo pensiero, studiava matematica e si trastullava con stoffe colorate confezionando borsette che poi regalava a chi piacevano.  Le sue giornate erano colme di cose da fare e tutte piacevoli. Anche cucinare per se stessa era diventata una cosa non solo necessaria, ma anche divertente.
Era estate. Lei aveva trascorso due settimane al mare con i suoi nipotini. Le piaceva molto stare con loro ed aveva soddisfatto la sua voglia di mare, sole e vento.
La mattina dopo il suo ritorno, andó a fare la spesa al supermercato. Notó con fastidio un signore che,  appena entrata, la fissava. Lo guardó, perché pensava di conoscerlo, ma non era cosí, non lo conosceva, non lo aveva mai visto prima di allora. Fece la spesa e quando arrivó alla cassa rivide quel signore che la continuava ad osservare. Finse di nulla, pagó ed uscí con il suo carrello per andare alla macchina.
Il signore la seguí e le chiese con fare cortese se aveva bisogno d’aiuto, ma lei rispose di no. A questo punto lei era arrivata alla macchina. Lui l’aveva seguita e disse:“Potrei offrirle un caffé?“
Lei lo guardó sbigottita, lui sorrideva e aspettava. Ci mise un poco a rispondere,ma poi fu incuriosita da questo tipo e accettó.
„Qui vicino c’e un bar“ disse lui.
Insieme si incamminarono verso il bar.
Ordinarono un caffé e iniziarono a conversare. Lui aveva piú o meno la sua etá, era pensionato e divorziato aveva due figli, mentre lei ne aveva sei. Risero.
Quando lui disse di essere ingegniere´ lei si illuminó e chiese :“ ma allora lei conosce la matematica“
„Si“ rispose lui. E lei: „ da tempo cerco un insegnante di matematica per me, non riesco piú ad imparare da sola, vorrebbe darmi qualche lezione?“
Questa volta fu lui a guardarla attonito, ma subito disse che sí, che lo avrebbe fatto volentieri.    
Ilaria si sentiva felice d’aver trovato finalmente un maestro che l’aiutasse e presero subito appuntamento per la settimana seguente. Lui sarebbe andato a casa sua per la prima lezione.
Si salutarono, e ognuno andó per la sua strada.
Il giorno della prima lezione lei era un po’ nervosa e non senza ragione. Si era resa conto che causa il suo entusiasmo per la matematica,  aveva  invitato in casa uno sconosciuto.  Quando lui arrivó, le porse gentilmente una rosa, lei imbarazzata la prese e lo ringrazió. Gli chiese se desiderava un caffé e lui accettó volentieri.
Dopo il caffé lei gli portó i libri sui quali stava studiando e lui disse di volerli guardare prima di iniziare. Piú tardi, non prima d’aver fissato l’appuntamento successivo, lui se ne andó.
Dopo le prime tre lezioni e le prime tre rose, lei gli chiese, quanto avrebbe dovuto pagare. Era ovvio che non voleva lezioni gratis. Lui, apparentemente imbarazzato, rispose, che le avrebbe fatto molto piacere se lei avesse accettato di uscire con lui a cena.  Questo, lei non se lo era aspettato e rimase un’attimo in silenzio.
Ormai era chiaro che stava nascendo qualcosa di nuovo.
Uscirono a cena. Ci furono uscite a teatro, concerti e altre cene. Alla fine, fra una lezione di matematica ed una passeggiata al chiar di luna, i due si innamorarono.
Per lei fu il fatidico „colpo di fulmine“. Si innamoró come una quindicenne. Non riusciva piú a pensare.  La sua mente era dominata da questo nuovo amore. Lui la colmava di attenzioni ed era molto tenero.
I figli di Ilaria, venuti a conoscenza della storia amorosa della madre, furono ben contenti di non saperla piú cosí sola e trovarono la cosa molto divertente.

Un giorno, lui fece la proposta di fare insieme una crociera in barca a vela. Con un amico avevano affittato una barca in Croazia e volevano passare una settimana sul mare. Lei peró aveva paura dell’acqua, aveva paura di andare in barca e ancor di piú in barca a vela.
Spontaneamente rispose „ no grazie, non fa per mé“. Lui non volle saperne di un rifiuto e insistí finché non la convinse.
Lei non ebbe via di scampo, si lasció convincere e si preparó per il viaggio.
Si imbarcarono a Pola.
Trascorse una settimana in barca a vela,  all’inizio un po’ titubante, ma poi smise di pensare.
Tutto era nuovo per lei.   Navigarono fra le isole della Croazia pernottando in baie romantiche e facendo brevi escursioni nel verde della flora mediterranea. Dall’alto di una collina scorse nel mare delle piccole cupole verdi circondate da sabbia bianca. L’intenso azzurro del mare contrastava con il verde e il bianco degli isolotti,  sembrava un gioco della natura. Ilaria era affascinata da ció che vedeva,  tutto le sembrava irreale.
Si tuffó nel mare in piena notte senza rabbrividire e fece l’amore sotto le stelle.
Mai in vita sua aveva vissuto cosí spensierata e felice.
Il destino aveva voluto farle uno scherzo?

Forse sí o forse no, sta di fatto che innamorarsi é una delle cose piú belle che possano capitare, anche se l’amore per la matematica é ugualmente straordinario.

°°°°°

Graziella Torboli 
22 gennaio 2016




sabato 23 gennaio 2016

nuvole


Nuvole

Remoti ricordi si susseguono,
come un’alito di vento,
spariscono,
scompongono l’attimo,
sorprendono e distraggono
il momento,
retaggi di vita passata,
insistenti e ingannevoli,
oscurano la realtá,
amica.

°°°°°
Graziella Torboli
23.1.2016

giovedì 7 gennaio 2016

Passato e Presente




Un passato, pensato al presente, non é mai come il passato vissuto al presente..
La vita é composta da innumerevoli passati e da un presente.
Un presente continuo, fuggevole: l’attimo.
Quando vogliamo rivivere il passato, smuoviamo piú o meno strati di presenti passati cercando di riviverli al presente.
Tutto il passato fa parte di noi, trasformando giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, le nostre sensazioni e il nostro pensiero.
Quando pensiamo al passato, cercando emozioni o immagini,  pensiamo da un presente modificato dal passato e perció sempre diverso.


°°°°°

Graziella Torboli
7 gennaio 2016

lunedì 4 gennaio 2016

giocare

Famiglia




Giorni di festa,
volti raggianti,
emozioni che invadono
il cuore e la mente,
calore umano che da luce alla vita.

Ritorna il silenzio,
qual tenero manto
che leggero mi avvolge,
odo un’eco di gioia,
chiudo gli occhi e sorrido.

°°°°°
Graziella Torboli
4 genn. 2016