domenica 29 marzo 2015

L' aereo infranto


La pazzia

Come una brace,
latente, nascosta,
brucia il cervello,
la pazzia.

Rende in cenere,
quel che raggiunge,
insaziabile,
la pazzia.

Insinuante, silenziosa,
oscura orizzonti,
un mostro ghignante,
assetato di morte.

Funesta mente,
la pazzia.

°°°°°

Graziella Torboli
29 marzo 2015

sabato 28 marzo 2015

vita vissuta


La valle dei re.

Da alcuni anni , abitavo in un romantico paesino, circondato da campi e boschi, vicino al lago di Costanza.
Avevo fatto domanda di pensione e volevo finalmente godere del mio tempo libero. Pensavo a tutte quelle cose che negli ultimi 35 anni, avevo rimandato al futuro, La mia numerosa famiglia non mi aveva lasciato spazi liberi, ma mi sentivo soddisfatta del mio lavoro di madre. I miei figli, dopo vari studi o scuole professionali, si erano sparsi un po’ ovunque ed erano occupati a realizzare la loro vita. In quanto a me, dopo il divorzio da mio marito non avevo piú avuto un compagno.  Negli ultimi dieci anni avevo lavorato e seguito i miei figli. Non avevo avuto modo di conoscere altri uomini e non ne avrei avuto nemmeno il tempo.

Dopo due anni di vita silenziosa, da vera pensionata, ricca di passeggiate sul lago e nei boschi, ora che vivevo sola, provai il desiderio di fare delle conoscenze maschili, di trovare un compagno.
Ci pensavo spesso e mi guardavo intorno per vedere chi poteva piacermi. Lo so che è una cosa ridicola, ma questo era il mio modo di fare. Oltre alle mie passeggiate nel bosco o sul lago , andavo regolarmente a trovare i miei figli che abitavano, alcuni in Italia, alcuni in Germania. Non ho ancora detto che avevo sposato un tedesco e che con lui mi ero trasferita nel suo paese.

Da tanto tempo desideravo ritornare in Italia, ma non riuscivo a decidere dove sistemarmi. Cosí tenevo il mio desiderio nel cuore, e aspettavo.
Un bel giorno, fra gli scaffali del supermercato del paese, mi imbattei in Jochen.
Lui mi chiese delle banali informazioni, io gentilmente risposi e inizió cosí la nostra conversazione.
Lui mi invitó al bar vicino per prendere un caffé. Scambiammo alcune informazioni personali e ci divertimmo alquanto. Jochen era simpatico, cortese e un po’ galante. Aveva la mia etá ed era pure lui divorziato e pensionato. Era ingegnere ed aveva lavorato in un istituto tecnico.
Iniziammo a frequentarci.
La mia vita fu travolta da un uomo pieno di idee e voglia di vivere.
Mi innamorai perdutamente, per meglio dire, come una quindicenne.
Dopo i primi mesi, avendo avuto modo di conoscerci meglio, avevo scoperto alcuni suoi lati caratteriali che non combaciavano con i miei.
Per esempio, il suo modo spartano di vivere che poco o tanto mi imponeva e la sua pedanteria. Lui affermava di non aver paura di niente e mi derideva delle mie paure. Aveva l’arte di trasformarsi da despota autoritario a umile servitore, con grande capacità di mascherarsi. Un tatticone professionista.
Però, avavamo anche molte cose in comune e insieme ci divertivamo moltissimo. Purtroppo, le sue trasformazioni contradditorie si rivelarono di impedimento per  una relazione soddisfacente. Io amavo Jochen e speravo che il tempo mi aiutasse a migliorare il nostro rapporto. Ma la speranza non basta per cambiare le cose.,
Un  giorno Jochen  mi propose un viaggio in Egitto. Io non esitai un attimo ad accettare, perché andare in Egitto era un mio  sogno. Avevo letto molti libri su scavi egizi, su Faraoni e la loro cultura. Ne ero affascinata.

Jochen organizzó il viaggio. Mi aveva imprestato un suo grande zaino per metterci le mie cose. Io, dovevo solo trovarmi a casa sua, a Stoccarda, il giorno della partenza e non occuparmi di altro.
Mi diede un Reiseführer perché mi informassi sugli usi e costumi del paese.
Lui aveva organizzato il viaggio in aereo e in treno, ma niente altro. Jochen non era il tipo da fare prenotazioni in albergo, preferiva dormire in macchina o dormire su un prato guardando le stelle.
A lui sarebbe bastato il suo Reiseführer, ma non a me. Io non avevo mai viaggiato con uno zaino in spalle,  non mi sentivo a mio agio ma ero incuriosita.
Da casa sua prendemmo l’autobus per andare alla stazione. Da lí, partimmo in treno per Monaco dove ci aspettava l’aereo.
Saremmo arrivati al Cairo alle 3 di mattina. Jochen non aveva  prenotato un albergo, perchè  il treno che andava a Luxor sarebbe partito alle ore 8 della stessa mattina. C’era un’attesa di tre ore che avremmo dovuto trascorrere nella sala d’aspetto dell’aeroporto.
Jochen  preoccupato della mia notte in bianco, mi fece promettere, prima di partire, che in quelle tre ore avrei dormito sdraiata sulla panchina della sala d’aspetto. Io promisi.
La prima grande lite giunse con il nostro arrivo al Cairo.
Usciti dall’aeroporto ci trovammo in una grande sala d’aspetto. Fuori, c’era la stazione degli autobus.
Dopo aver depositato i nostri zaini su una panchina, Jochen mi disse subito di sdraiarmi su un’altra panchina e di dormire. Lui avrebbe badato ai bagagli. Io avevo tanta voglia di bere un caffé e cercai un bar.
Jochen rimase con i bagagli. Quando tornai, Jochen ricominció la storia di farmi sdraiare. Io non volevo perché ero anche molto agitata. Mi rifiutai. Lui inizió a sgridarmi e a urlare contro di me dicedo che non mantenevo le promesse fatte.
Io lo guardavo un po’ smarrita, la sua rabbia mi fece venire le lacrime agli occhi,  non capivo il suo modo di fare.
Mi sdraiai su di una panchina per farlo tacere. Ero in una sala d’aspetto all’aeroporto del Cairo e mi sentivo una senzatetto. Che cosa potevo fare? Ne ucciderlo, ne scappare. Aimé.
Mentre ero sdraiata guardavo gli uomini che facevano pulizia. Non c’era pubblico a quell’ora. Gli occhi degli uomini mi fissavano da ogni parte della sala mentre lasciavano scivolare lentamente il moccio avanti e indietro. Il nostro litigio aveva destato non poco la loro curiosità anche se non avranno capito una parola.. Dovevo chiudere gli occhi per non vedere quegli sguardi scuri e a parer mio anche minacciosi. Non riuscivo a rimanere sdraiata e mi rialzai. Jochen ricominció a sbraitare ed io gli consigliai di andare a bersi un caffé. Lui andó via ma tornò quasi subito e ricominciò a darmi ordini. Mi faceva sentire come un cane che non vuole andare a cuccia.
Verso le sei di mattina, Jochen uscí per vedere  da dove sarebbe partito l’autobus per la stazione dei treni. Quando tornó, dopo una mezz’ora, disse che l’autobus non c’era e che avremmo dovuto andare a piedi alla stazione.  Io lo guardai stravolta e dissi che potevamo prendere un Taxi. No, disse Jochen, non serve, andremo a piedi.
Era maggio. Il sole stava salendo,  l’aria era calda, c’era silenzio intorno a noi.
zaino in spalle, ci incamminammo.Ero stanca e molto incazzata.
Davanti a me si estendeva una strada a piú corsie, una retta interminabile costeggiata da file di alberelli. Non c’era altro. Ogni tanto passava un Taxi e ci faceva il verso per caricarci. Jochen camminava davanti a me imperterrito perché dalle informazioni avute, dovevamo arrivare ad un distributore dove si fermavano gli autobus. Io sudavo e lo zaino mi pesava. Non capivo il comportamento di Jochen, ma non mi fidavo a contraddirlo per evitare un’ altra lite. Arrivammo al distributore. Jochen, parlava un poco di inglese, io invece, niente e, di conseguenza non potevo chiedere alcuna informazione senza il suo aiuto.
„L’autobus non si ferma quì’’ disse Jochen. Era piuttosto alterato ed io non dissi nulla. Quando lui propose di continuare a piedi io mi rifiutai e pretesi un taxi.
Penso che anche lui dopo una notte insonne fosse assai stanco, anche se da bravo spartano, non lo avrebbe mai ammesso.
Prendemmo un Taxi, se così si poteva chiamare quel cartoccio rumoroso e puzzolente di benzina, che ci condusse alla stazione.
Andammo allo sportello per aquistare i biglietti ma rimanemmo delusi. Non c’erano piú biglietti per Luxor, ci dissero. Il treno, per  nostra fortuna, aveva due ore di ritardo.
Jochen non riusciva a capacitarsi. Parló con il tipo dello sportello e apprese che doveva parlare con la polizia della stazione per avere piú informazioni.
Jochen mi disse di aspettarlo in un bar mentre lui andava a cercare i poliziotti.
Stare seduta da sola in una bar alle otto di mattina alla stazione del Cairo non é molto divertente. Avevo ordinato un té e sgranocchiavo le noccioline che mi ero portata da casa. Non mi fidavo a guardarmi intorno perché subito incontravo occhi curiosi e poco amabili che mi fissavano. Rimasi per un’ora a guardare per terra mentre aspettavo Jochen.
Per mia sfortuna, sentii il bisogno di andare al bagno ma non sapevo come fare con i bagagli. Aspettai per un’ora intera e nel frattempo stavo sentendomi male.
Quando Jochen finalmente tornó con i biglietti, corsi al bagno. Rimasi inorridita alla vista del bagno per le signore, non avevo mai visto nulla di piú stomachevole. Putroppo dovetti entrare, non avevo scelta. Piú tardi, Jochen mi spiegò, che i biglietti venivano venduti dalla polizia di città solo ai turisti. Chi non aveva prenotato il viaggio in un’agenzia, doveva rincorrere i poliziotti e pagare un prezzo maggiorato per la loro provvigione. Ogni paese ha i suoi usi e costumi.
Partimmo per Luxor. Ai turisti era permesso di viaggiare solo in prima classe.
Prendemmo posto in un reparto abbastanza confortevole ma pieno zeppo di viaggiatori. Il viaggio sarebbe durato tutta la notte. Fui sorpresa della pulizia nel bagno del treno. Erano impeccabile. Davanti alla porta del bagno,  seduto su di un cuscino damascato,  un’egiziano faceva la guardia giorno e notte. Fuori, nel corridoio, passava continuamente un uomo che raccoglieva i rifiuti da terra.
Ci venne servito del cibo che io rifiutai. Quando si tratta di cibo mi rivelo un’italiana purosangue. Anche questo mio lato veniva duramente criticato da Jochen.  Ormai , da due giorni vivevo di noccioline, pane secco e acqua minerale. Ero stanca e arrabbiata con Jochen. Senza mangiare e dormire non è facile mantenere il buon umore specialmente con un compagno che faceva il possibile per complicarmi la vita.
Mi volsi verso il finestrino, e presi a guardare il panorama. Non avevo voglia di parlare.
Davanti a me, sfilava l’Egitto. Il paese che avevo tanto sognato di vedere.
Mi riempii gli occhi di un panorama mai visto prima, di orizzonti infuocati, di piante sconosciute, ma vidi anche molti paesi dove la povertá era nell’aria e l’immondizia ovunque.
Dopo una lunga e rumorosa notte nel vagone letto, arrivammo a Luxor.
Jochen consultó il suo Reiseführer e andammo alla ricerca di un albergo.
Non fu una cosa facile, ma alla fine lo trovammo. Finalmente potevo fare una doccia e dormire in un letto. Il caldo era torrido anche di notte. Sopra il letto, appesa al soffitto, girava una grande ventola che faceva piú rumore che aria. Non si poteva dormire con quel rumore. Cosí, dormimmo sudando.....
Il giorno dopo, eravamo riposati e pronti a partire per la valle dei Re.
Prendemmo un Taxi che ci portó a destinazione. Jochen si infurió con il taxista perché voleva piú soldi del prezzo pattuito. Io rimasi in parte ad aspettare e intanto ammiravo il panorama. C’erano molti turisti arrivati con i pullmann, che si fiondavano direttamente nei piccoli chioschi dove  c’era di che dissetarsi e di sfamarsi.
Io mi ero portata l’acqua minerale, le noccioline e dei cracker.
Finalmente Jochen si chetó e insieme ci avviammo a visitare le tombe dei re d’Egitto.
Jochen era molto agitato, non capivo se per colpa del tassista o per l’ansia di vedere le tombe o per il caldo.
Io lo seguivo tranquilla e guardavo i geroglifici. La mia fantasia si trastullava con molte immaginazioni e mi faceva vivere storie fantastiche su ció che poteva essere stato. Nel buio delle tombe, si muoveva un guardiano egizio, vestito in modo tradizionale, che fungeva da guardiano ma che cercava di guadagnare due soldi facendoci da guida.
Era difficile levarsi di torno un guardiano, era molto insistente anche quando gli si faceva capire che non ci serviva. A me faceva un po’ paura, cosa che a Jochen faceva ridere.
Ci spostammo da una tomba all’altra. Jochen sembrava insaziabile di geroglifici, mentre io dopo le prime tombe avevo voglia di luce.
Entrare nelle tombe mi dava uno strano imbarazzo, mi sembrava di entrare in casa di altri senza permesso.
Era mezzogiorno. Il sole splendeva alto nel cielo ed il caldo era torrido.
Avevamo concluso il giro ma Jochen aveva una nuova idea.
Mi disse:“vedi quel monte lassú? Dietro quel monte c’é un grande tempio che vorrei vedere, e passare da lì, sarebbe la strada piú breve per arrivarci’’.
Io non sapevo a che cosa sarei andata incontro, ma la sua insistenza mi portó a fare ció che voleva lui, come, a mio malgrado, spesso accadeva.
Facemmo una piccola pausa sotto il tetto di un chioschetto. Anelavo un poco di ombra.
Seduta su una panchina, mentre Jochen consultava il suo Reiseführer, mi guardai finalmente il panorama.
Una vasta valle di colore giallo pallido, con montagne da una lato e colline di sabbia dall’altra. In mezzo a questo, le tombe dei re,  riconosciute solo dalle loro entrate che da lontano sembravano dei buchi neri.  Piú avanti, sopra di loro, si elevava una catena di  montagne , precedute da piccole colline  ricoperte in parte da verdi cespugli. Il colore giallo sabbia del panorama, rifletteva la luce del sole come non avevo mai visto. Sembrava surreale. Vedevo delle persone camminare sul sentiero verso la prima collina, alcune sedevano sulla groppa di un asino, poi la strada girava dietro la montagna.
L’idea di camminare in salita con quel caldo non mi piaceva per niente e tantomeno sedermi sulla groppa di un asino, ma Jochen rimase inflessibile, voleva vedere il tempio. Lui non soffriva mai, né il caldo, né la sete, né la fame ecc. Io lo guardavo incredula.
Ci incamminammo.
Quando passammo la collina e il sentiero si fece piú erto, iniziai ad avere dei dubbi sulla riuscita della nostra scalata, perché iniziava ad essere  una vera e popria scalata .
Piccoli arbusti crescevano nei punti dove c’era ombra, cioé dove le rocce nascondevano il sole.Io vestivo una gonna rossa a fiori lunga fino alle caviglie ed una maglietta di cotone con le maniche lunghe, avevo in testa un cappellino di stoffa per proteggermi dal sole.La scalata mi aveva preso di sorpresa. Nel Reiseführer, avevo letto che le donne in egitto non possono mostrare le braccia e le gambe e sconsigliavanoo  il contatto visivo con un uomo. Cosí mi ero procurata anche un paio di occhiali da sole molto scuri.
Salire su  una montagna rocciosa con la gonna lunga era un problema. Restavo spesso impigliata negli arbusti o in qualche punta delle roccie che incontravo sul sentiero. Non di meno, avevo il terrore delle vipere e stavo sempre all’erta per il timore di vederne qualcuna. Jochen, camminava instancabile davanti a me.
Ogni tanto mi fermavo per guardarmi intorno. Vedevo la valle dei re sempre piú in basso. Le persone sembravano formichine e il panorama era sempre piú bello. Cielo azzurro, deserto e montagne dello stesso colore. Avrei voluto sedermi e lasciarmi cullare da quel panorama da sogno.
Si era alzato un po`di vento che, anche se caldo, rinfrescava un po’.
Ad un tratto il sentiero finì.  Jochen si fermò per pensare sul dafarsi.
Davanti a noi si ergeva un specie di muro di roccia, una rupe sulla quale crescevano qua e lá degli arbusti spinosi.
Jochen disse: „dobbiamo scalare  questa rupe e attraversare la roccia che si congiunge al plateau in alto. Lo vedi?’’ mi chiese. Io risposi titubante che si, lo vedevo, ma mi sembrava pericoloso. Jochen, che conosceva le montagne perchè da giovane aveva scalato, non voleva sentire le mie titubanze.
Proviamo, dissi.
Jochen partì deciso. Il vento era aumentato e la mia gonna rossa sventolava da una parte all’altra come una bandiera.
Mi arrampicai dietro a lui. Mi è sempre piaciuto arrampicare e per fortuna non soffro di vertigini.
Quando arrivai in cima alla rupe, Jochen stava già attraversando la roccia che portava al plateau. Mi fermai per guardare cosa ci fosse dopo la parete di roccia. Non vidi nulla. Guardai verso il basso , e vidi un precipizio da non veder il fondo. Il vento mi scompigliava i capelli e dovetti levare il cappello prima che volasse via.
Jochen, gattonando,aveva attravesato lo stretto passaggio che saliva al plateau e mi faceva cenno di continuare il percorso. Aveva portato con sè anche la mia borsa per rendermi più facile la traversata.
Davanti a me saliva una stretta roccia che dovevo superare, da una parte il precipizio e dall’altra parte uno strapiombo di alcuni metri poi,avevo il vento che mi faceva barcollare anche stando seduta.
Mi misi a carponi per iniziare la traversata mentre Jochen sbraitava: „non guardare giù, non guardare giù!’’
Avevo il terrore che le folate di vento mi facessero volare giù nel precipizio.
Ebbi pochi secondi di indecisione, ma bastarono perchè il destino mi venisse in aiuto. La mia pancia aveva già segnalato prudenza quando ad un tratto
sentii una voce gridare dal basso. Poi vidi qualcuno correre e gridare. Io guardai interdetta. Che cosa sarà successo? Dalla mia altezza non riuscivo a sentire chiaramente.
Le grida si avvicinavano sempre di più e dicevano, „Danger! Danger!’’
Non capivo chi fosse in pericolo fino a quando il giovane egiziano vestito di rosso non giunse ai piedi della rupe sulla quale stavo, per spiegarci che eravamo in pericolo. Io non capivo una parola, ma Danger lo conoscevo e lo dissi a Jochen. Lui  mi gridò di non badarci, e di continuare la mia traversata. Io stavo carponi su una stretta roccia che confinava con una precipizio, tirava un forte vento, Jochen, dal Plateau che mi gradava di sbrigarmi insultando l’intruso, l’egiziano da sotto che mi gridava ’danger, danger,’ e gesticolava con le mani per farmi scendere.
Io non sapevo che cosa fare. Le grida dei due uomini echeggiavano sopra la valle dei re, mentre io, accavallata su di una roccia, in balia del forte vento, dovevo decidere della mia vita.
Quando decisi di tornare indietro, Jochen ebbe quasi un infarto dalla rabbia. Mi accusò di ascoltare più l’egiziano che non lui. Io provai a difendermi dicendo che non ce la facevo e che avevo paura, ma lui la parola paura non la voleva sentire.
Iniziai a scalare la roccia sostenendomi con le mani e i piedi ai sassi sporgenti, l’egiziano faceva cenni di soddisfazione mentre Jochen, sulla via del ritorno, bestemmiava contro tutti.
Mentre scendevo lentamente dala rupe, facendo attenzione a non scivolare, il vento  soffiava sulla mia schiena  alzando e abbassando la mia gonna. Io ero terrorizzata perchè sotto di me, l’egiziano mi aspettava, mentre io facevo mostra del mio corpo, dalla vita in giú comprese le mutandine di pizzo nero. Cercavo con una mano di fermare la gonna, ma poi dovevo aggrapparmi alla roccia e la gonna continuava a volare. Che vergogna, mi dissi, ci mancava anche che  mostrassi il sedere a tutti. Non c’era nessuno oltre al giovane egiziano, ma il mio imbarazzo mi faceva sentire come fossi stata osservata da una enorme folla. Se penso a quello che consigliava il Reiseführer.... non mostrare gambe e braccia.
La discesa finalmente finì. Jochen ,non ancora rabbonito, trattò male l’egiziano che voleva accompagnarci non so dove.
Durante il ritorno alla valle dei re, dovetti sorbirmi tutto il malcontento di Jochen che mi rimproverò più volte per averlo deluso, ma io, sentendomi più sollevata che in colpa, non persi il buon umore e lo lasciai dire.

La speranza di ritornare all’albergo fu presto delusa quando Jochen, prendendo la via per un’altro sentiero mi annunciò che per colpa mia, ora dovevamo prendere  la strada più lunga per arrivare al tempio. L’egiziano continuava a seguirci da lontano.
Era un’ombra un po’ inquietante.
La notizia mi spaventò. Ero stanca, accaldata, affamata, non avevo più voglia di camminare con 40° all’ombra. Mi sedetti sulla sabbia e finsi un malore.
Jochen, più infastidito che preoccupato dovette cedere proponendo il tempio dei morti di Rames. Disse che era  molto interessante e che si trovava sulla strada di ritorno per Luxor.
Non seppi dire di no. Un Taxi ci portò al tempio di Rames.
Prima di visitare il tempio, ci sedemmo in una specie di trattoria coperta da una pergola di Buganvillea ed un giadino con palme, fiori, alberi di fico, agave alte altissime, una vera oasi nel mezzo del deserto.
Prendemmo da bere e ordinammo delle melanzane in umido. Sul menù, scritto in Inglese ed in tedesco, non c’era altro. Aspettammo più di un’ora, ma nessuno ci portava da mangiare. Jochen spazientito andò a chiedere e gli dissero che non avevano melanzane.
Chiedemmo delle patate fritte. Quelle le portarono, ma  Jochen  aveva ordinato le patatine solo per me e dovetti dividerle con lui.

Rimanemmo a lungo nel tempio di Rames . Jochen era così entusiasta che ci avrebbe passato anche la notte.
Io ammiravo le grandi colonne, pensavo al passato di questo paese e filosofavo fra me e me. Ogni tanto mi sedevo all’ombra di una colonna, il caldo era opprimente. Mi sentivo in un luogo magico. La vecchia cultura molto viva intorno a noi, il canto degli uccelli, il vento che muoveva a ritmo lento le palme e guardando oltre vedevo il deserto, immenso e misterioso.

Quando decidemmo di tornare a Luxor, Jochen propose di fare una camminata. Disse - un paio di chilometri non é poi troppo. Sulla strada cè ancora un tempio che vorrei vedere -. Io guardai la grande strada asfaltata sulla quale avremmo dovuto camminare. Asfalto e sole. - No, grazie - dissi.
-Per oggi ho visto abbastanza ed ora vorrei tornare con un Taxi -. Cammin facendo dovetti discutere a lungo per convince Jochen a fermare un Taxi.
Sulla strada non si vedevano macchine normali, solo Taxi. Passavano continuamente e ci facevano cenno di salire. Eravamo gli unici pedoni che camminavano su quell’asfalto bollente.
Finalmente Jochen si decise ad alzare un braccio per fermare un Taxi. Entrammo in un vecchio barcollante furgoncino, arredato come un salotto.
Ai lati c’erano delle panche sulle quali erano sparsi alcuni cuscini colorati. Il pavimento era coperto di tappeti. Il Taxi era pieno zeppo di persone. Trovammo posto schiacciandoci fra le dieci persone già sedute. Non mi fidavo ad alzare gli occhi da terra perchè temevo di incontrare occhi nemici. Avevo i capelli lunghi e sciolti. Questo in Egitto era proibito. Jochen scherzando, mi disse più volte di mettere un foular in testa per non destare antipatie. Non riuscii mai a sottomettermi a questa idea snaturata, che una donna debba nascondere i suoi capelli. Non è stata un’impresa facile, ma sono sopravissuta.
Tornammo all’albergo e finalmente ebbi il meritato riposo.
Sdraiata sul letto, fissavo  la rumorosa ventola appesa al soffitto. Gli avvenimenti di quei giorni, molto vivi nella mia memoria ,  mi preoccupavano.
Come sarebbe proseguito il nostro viaggio?
Guardai Jochen disteso accanto a me, non pareva preoccupato, stava dormendo.

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Graziella Torboli
Marzo 2015

sabato 21 marzo 2015

giovedì 19 marzo 2015

contemporaneità



Menti confuse,
turbate da rumori assordanti,
effetti speciali,
abbagli.

Vissuto senza vissuto,
virtuali piaceri,
solitudine.

Corre la folla,
instancabile,
occhi che guardano,
occhi che non vedono.

Volti tristi,
affaticati,
senza parole,
senza sorriso.

Corre la folla,
verso luoghi sconosciuti,
mendica di conosciuto.

Un percorso senza meta,
senza obbiettivo,
senza amore.
Menti confuse.

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Graziella Torboli
marzo 2015

mercoledì 18 marzo 2015

ricordi d'infanzia


Un piccolo fiume


Piccolo fiume,
la mia casa ti dona un’argine,

ti guardo, seduta sul piccolo terrazzo,
sospeso in aria,

ti vedo scorrere, lucente e morbido,
odo lo scrosciare della tua cascatella,

mi incanta il tuo mormorio che pare musica,
taccion le altre voci, silenzio,

siamo soli, come sempre,
ti ascolto ma non so cosa dirti,
ti canteró una canzone.

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Graziella Torboli
Marzo 2015

sabato 14 marzo 2015

il tempo e la vita




Scultore instancabile, il tempo,
attento, inesorabile, spietato,
incide su di noi,
ogni attimo di vita,
senza tregua,
immagine ignuda,
senza menzogne,
di vita vissuta
o non vissuta.


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Graziella Torboli
Marzo 2015

martedì 10 marzo 2015

Gerard Athias



Le radici familiari della malattia

Ho letto questo libro che ho trovato molto interessante e nuovo per il suo pensiero.
Ne trascrivo un tratto che piú di tutto mi ha convinta e compiaciuta.

........È possibile accedere a una dimensione spirituale d’amore; ognuno puó effettuare questo „matrimonio interiore“, l’unione autentica e sincera del biologico con lo spirituale.
Per questo motivo ognuno di noi deve ritrovare le proprie responsabilitá, prendersi in mano il destino e realizzare la propria opera e non piú il cammino imposto inconsciamente dai genitori, che limita la nostra vera realizzazione. È  necessario recidere il nostro attaccamento biologico con il passato, trascendere la storia familiare, quella della nostra genealogia per divenire trans-parenti , nel senso di andare oltre i nostri genitori.
„ Amare non é dare, poiché ogni persona dá esclusivamente per se stessa.
Amare è arrivare a essere completamente tollerante e lasciare che l’altro si prenda tutto. Allora c’é Amore“.

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G. Torboli
Marzo 2015